Rave party nel Parco Nazionale dell'Appennino Lucano, chi doveva autorizzare e chi non ha controllato?

Legambiente: «La corretta fruizione e la concreta gestione delle aree naturali protette sono temi che non possono essere più elusi»

Il caso del Rave Party che si è svolto all'interno un'importante area naturalistica del Parco nazionale dell'Appennino Lucano ripropone con forza all'attenzione generale il tema della fruizione corretta dei siti naturali. "Già in occasione del recente Jova Party sulla spiaggia di Policoro - dichiara Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - avevamo sottolineato che oltre ai notevoli impatti ambientali potenziali legati all'evento ci fosse anche un approccio culturale non corretto legato all'utilizzo di siti naturali per grandi manifestazioni.

«Avevamo sottolineato- continua Lanorte - come ci fosse il rischio che venisse sdoganato il concetto che sia possibile fare tutto in qualsiasi luogo, anche laddove si ritiene generalmente impossibile la compatibilità di certe attività con la conservazione degli aspetti naturali e ambientali.  A distanza di pochi giorni da quel concerto che ha coinvolto decine di migliaia di persone, pone seri interrogativi il fatto che si sia potuto organizzare un evento come quello di Murge Sant'Oronzo». 

«Si è trattato certamente - secondo Lanorte - di un evento di dimensioni molto più ridotte rispetto al Jova party, che però si è svolto in condizioni, a quanto pare semi-clandestine, in un'area ad elevato valore conservazionistico che a poca distanza ospita nelle sue inaccessibili rocce la nidificazione del Capovaccaio (Neophron percnopterus), specie quasi del tutto estinta in Italia e altre specie avifaunistiche di elevato valore (grifone, cicogna nera) oltre che ambienti forestali di grande pregio. Area peraltro sottoposta a stringenti misure di protezione rientrando nella Zona 1 del Parco, ad elevato interesse naturalistico e paesaggistico con inesistente o limitato grado di antropizzazione, e ricadendo nella IBA (Important Bird Area) Val d’Agri e nella ZSC (Zona Speciale di Conservazione) Murgia San Lorenzo».

«Ci si chiede allora - sostiene ancora Lanorte - a cosa servano tali misure di protezione se poi risulta così semplice per centinaia di persone concentrarsi per diversi giorni in un'area per un'iniziativa di questo tipo il cui impatto è, peraltro, al momento, non quantificabile. La sensazione spiacevole che rimane ad evento concluso ed eventuale danno apportato, è che ci siano in questa Regione vaste porzioni di territorio di grande valore, abbandonato, non controllato, in cui tutto può essere permesso. Curiosamente la Zona Speciale di Conservazione Murgia San Lorenzo, in cui si è svolto il rave party è la stessa in cui, qualche anno fa, Legambiente denunciò l'invasività di un progetto di sentieristica autorizzato dall'Ente Parco Appennino Lucano e dalla Regione Basilicata e fortunatamente poi bloccato, anche se molti interventi dannosi erano già stati realizzati. Anche in quel caso, come in questo, sottolineammo l'assenza di un'attività di monitoraggio e controllo».

«Ancora una volta - conclude Lanorte - vogliamo evidenziare che le misure di protezione e tutela  servono a poco se non accompagnate da azioni concrete di gestione, che devono essere animate da una sensibilità ed un’attenzione certosina nel mettere in campo progetti che sappiano coniugare sviluppo territoriale, bellezza dei luoghi e tutela della biodiversità e non avallando iniziative che vadano a ledere gli stessi valori che devono essere tutelati».

 

JovaBeachParty? Ma anche no!

Ci sono altri luoghi deputati allo scopo, non certo le spiagge e le montagne

«Siamo preoccupati per l'impatto ambientale del Jova Beach party del 13 agosto sulla spiaggia di Policoro». Lo sostiene la presidente del Circolo Legambiente di Policoro, Stella Bonavita, che da decenni si batte per la difesa della flora e della fauna che popolano la duna policorese. «L'evento - dichiara Bonavita - mette a rischio un sito vocato per la riproduzione di specie importanti quali il fratino e la tartaruga caretta caretta, nonché altre specie protette valorizzate nei progetti europei LIFE/NATURE. Inoltre, il concerto, che concentrerà in un'area limitata 40mila persone, renderà particolarmente vulnerabili alcuni dei tratti dunali di cui la costa si fregia, piene di bellezze naturali come

il Pancratium marittimum, il ravastrello, l’ammophila , la tamerice, in zona dichiarata Sic (Sito Interesse Comunitario) “Costa Jonica Fiume Agri”, dove il calpestìo di migliaia di persone rischia di compromettere lo stato delle dune per decenni a favore dell’erosione costiera». «A livello locale - continua Bonavita - abbiamo lavorato con le scuole e con i turisti al fine di sensibilizzarli per migliorare i loro comportamenti sulle dune per evitare azioni scorrette per non compromettere l’ecosistema, e ora che cosa si fa? Quale messaggio diamo?». A far eco al circolo locale, la Legambiente Basilicata, attraverso la voce del presidente, Antonio Lanorte: «Oltre ai notevoli impatti ambientali potenziali legati all'evento riteniamo ci sia anche un approccio culturale non corretto legato all'utilizzo di siti naturali per grandi manifestazioni. Il rischio è che venga sdoganato il concetto che sia possibile fare tutto in qualsiasi luogo, anche laddove fino ad oggi si riteneva impossibile la compatibilità di certe attività con la conservazione degli aspetti naturali e ambientali. Non vorremmo cioè che iniziative come questa possano aprire le porte a deroghe per concerti o eventi massivi simili in altre aree protette creando un pericoloso precedente. Eventi come questo non contribuiscono a dare un messaggio corretto in un momento come questo in cui viviamo una crisi climatica e ambientale senza precedenti».

«Anche per tali motivi - conclude Lanorte - abbiamo inviato un esposto-denuncia agli organi competenti affinché si accerti con urgenza»:

1- se vi siano gli estremi affinché lo svolgimento del Jova Beach Party del 13 Agosto possa essere

spostato in altro luogo, oppure possa essere rinviato a data successiva al 31 Agosto p.v., in

considerazione dell’elevato interesse conservazionistico delle specie e degli habitat;

2- se vi siano gli estremi per la riduzione dell’area d’intervento con conseguente limitazione del

numero massimo di spettatori

3- se vi siano gli estremi per la sussistenza di tutti i requisiti di sicurezza previsti per i partecipanti.

 

Di Palma, il Commissario del Parco Nazionale dell'Appennino Lucano si dimette

14 febbraio 2019

Legambiente: "Il Ministro dell'Ambiente approfondisca i motivi di tale atto e prenda le decisioni necessarie per rimettere sui giusti binari l'Ente Parco

Apprendiamo da notizie di stampa delle dimissioni dopo meno di due mesi del generale Di Palma dall'incarico di commissario del Parco Nazionale dell'Appennino Lucano. Tale decisione improvvisa e inattesa provoca un forte rammarico per tutti coloro che, come Legambiente, hanno sostenuto con convinzione la nomina a commissario del generale Di Palma da parte del Ministro dell'Ambiente, riponendo in lui e nei suoi collaboratori le speranze di rinascita di un Ente Parco la cui decennale esistenza è stata largamente improntata all'illegittimità e all'incuranza degli interessi del territorio.

Evidentemente, però, il Commissario ha dovuto prendere atto di una realtà più dura e difficile di quello che immaginava. Sicuramente avrà riscontrato forti limiti nell' attuale agibilità gestionale dell'Ente, ma immaginiamo si possa essere trovato di fronte ad una situazione parecchio confusa e quantomeno opaca in relazione alle "eredità" delle precedenti gestioni. Che poi questo abbia addirittura spinto alle dimissioni dimostra che la situazione attorno all'Ente Parco è forse più grave di quella pur insostenibile descritta dagli ispettori del Ministero dell'Ambiente nel settembre scorso, che hanno portato alla decisione di commissariamento.  

Ci sentiamo di ringraziare il generale Di Palma per il suo sforzo, ritenendo che la sua breve esperienza possa essere utile per affrontare le questioni legate al Parco Nazionale dell'Appennino Lucano con maggiore forza e determinazione. Chiediamo quindi al Ministro Costa di procedere ad un nuovo incarico per il Parco augurandoci che le ultime vicende possano servire da esperienza e monito. 

Legambiente: "No alla proroga alla caccia a Beccaccia e Turdidi"

3 gennaio 2019

Chiediamo al Ministro Costa di intervenire 

Con deliberazione del 28 dicembre 2018, la Regione Basilicata ha prolungato la stagione venatoria per la specie beccaccia (dal 31 dicembre 2018 al 20 gennaio 2019) e per alcune specie di turdidi (fino al 31 gennaio).

Riteniamo tale scelta sbagliata sia nelle modalità che nei contenuti. Infatti, innanzitutto, la decisione viene ratificata pochi giorni prima della chiusura ufficiale prevista dal calendario venatorio rendendo impossibile un ricorso al Tar. Ulteriore aggravante, se possibile, consiste nel fatto che anche lo scorso anno ci fu una proroga della stagione venatoria utilizzando il medesimo escamotage normativo. Una prassi, a questo punto è il caso di dirlo, assolutamente inaccettabile perché modifica i termini fissati dal precedente calendario venatorio, senza alcuna possibilità di contraddittorio. Calendario venatorio che, peraltro, lo ricordiamo, è adeguato al dettato della Direttiva Europea.

Dal punto di vista tecnico, inoltre, tale deliberazione non tiene conto di recenti sentenze del Consiglio di Stato in Toscana e del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia, che fissano la chiusura alla caccia alla beccaccia al 10 gennaio 2019 così come previsto dal  parere Ispra n° 38725 del 13 giugno 2018.  Ricordiamo che il mancato rispetto del parere dell’Ispra, era stato alla base della sentenza di annullamento del 9 agosto 2017 da parte del Tar Basilicata del calendario venatorio 2016/2017, confermata con ulteriore sentenza del Consiglio di Stato del 22 giugno 2018.

Peraltro le motivazioni tecnico-biologiche contenute nella delibera regionale non fanno mai riferimento al  parere Ispra di giugno 2018 i cui rilievi critici riteniamo non siano superati da quelle motivazioni.

Ci auguriamo pertanto che, sulla base di queste considerazioni, l'assessore regionale all'agricoltura e gli uffici regionali competenti sappiano porre rimedio a questo grave errore, ripristinando quanto stabilito nel calendario venatorio 2018-19, o, perlomeno, considerato che per la caccia alla beccaccia la chiusura stabilita in calendario è già stata disattesa, di definire come ultimo giorno di caccia a tale specie il 10 gennaio 2019.

In ogni caso ci rivolgeremo al Ministro dell'Ambiente Sergio Costa per segnalare sia l'inaccettabile consuetudine di emanare provvedimenti ad immediato ridosso della chiusura del calendario venatorio eludendo la possibilità di impugnare la delibera per ristrettezza dei tempi, sia per denunciare il mancato rispetto in Basilicata dei pareri ISPRA su caccia e stagione venatoria.