Al Parco dell'Appennino Lucano non cambia nulla

21 giugno 2018 

Dopo 10 anni di malagestione, l'Ente Parco continua ad essere ostaggio di un Direttore dichiarato illegittimo.

Legambiente: "Il commissariamento dell'Ente Parco è l'unica soluzione per creare una chiara discontinuità con il passato in attesa di nominare un presidente di alto profilo per rilanciare la missione dell’area protetta"

Il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano-Val d'Agri-Lagonegrese necessità di un resettaggio complessivo e solo la nomina di un commissario libero da condizionamenti, in attesa che rapidamente si nomini un presidente di alto profilo, può interrompere il vortice in cui si sta avviluppando l’Ente, intorno ad un Direttore dichiarato illegittimo di cui sta diventando ostaggio e di un Consiglio direttivo monco ed incapace o impossibilitato a invertire la rotta.

"Dopo aver dettagliatamente rappresentato la storia di questi primi dieci anni di Parco nel Dossier presentato lo scorso 17 maggio - dichiara Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette di Legambiente - abbiamo immediatamente chiesto un incontro al Consiglio direttivo e al vicepresidente dell’Ente allo scopo di poter confrontarci sulle incresciose ed evidenti "anomalie" di gestione rilevate ed esporre le nostre considerazioni in merito alla imminente, in quei giorni, definizione della terna per la nomina del Direttore. La nostra richiesta di confronto non ha ricevuto nessun tipo di riscontro, ed anzi qualcuno di questi personaggi ha minacciato, a scopo intimidatorio nei nostri confronti una denuncia-querela. Tranquillizziamo i vertici del Parco che le loro minacce non ci fanno paura, negli anni abbiamo subito ben altri avvisi rispetto al nostro operato e li sfidiamo ad andare avanti visto che noi non ci fermeremo rispetto alla richiesta di verità e trasparenza sulla gestione dell’Ente che, indegnamente, rappresentano".

"Ribadiamo - continua Nicoletti - che le "anomalie" che abbiamo denunciato nel nostro Dossier non appartengono al mondo delle suggestioni ma piuttosto all’evidenza dei fatti, ribaditi anche dalla Corte dei conti, e l’azione che abbiamo intrapreso punta a ripristinare regolarità e trasparenza nella gestione dell’Ente nell'esclusivo interesse di un intero territorio: interesse che non è altrettanto prioritario per gli Organi decisori dello stesso Parco, vista la reazione scomposta e minacciosa verso un’associazione che della strategicità dei Parchi e della tutela dell’ambiente ha fatto una bandiera da oltre 30 anni".

"Eppure- sostiene Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - tale iniziativa nelle nostre intenzioni era finalizzata a creare i presupposti per la massima collaborazione, nel reciproco rispetto dei ruoli tra Legambiente e gli organi dell’Ente parco, puntando a suggerire la strada per ripristinare le condizioni idonee affinché il Parco possa effettivamente esprimere le potenzialità in esso contenute e produrre i benefici che tanti auspicano".

"In primo luogo - continua Lanorte - noi consideriamo la scelta del nuovo Direttore fondamentale per il futuro del Parco nazionale che, a differenza di quanto fatto in questi primi 10 anni di attività, deve finalmente poter svolgere in maniera adeguata la sua missione di conservare il patrimonio di biodiversità presente nell’area protetta e promuovere le migliori strategie di sviluppo sostenibile locale".

 "Per questa ragione  - secondo Lanorte - crediamo sia necessario un taglio netto con tutta la recente gestione dell’Ente che consideriamo inadeguata e, soprattutto, chiediamo che si volti pagina rispetto alla individuazione di figure di vertice che hanno responsabilità direttive fino a oggi improntate alla illegittimità".

Quello che è avvenuto nelle ultime settimane ci dice però che la realtà è ben diversa. Vistosi annullare ad aprile scorso dal Ministero dell'Ambiente la terna di nomi individuata a gennaio per l'incarico a Direttore, in quanto illegittima poiché nessuno dei tre, compreso l'architetto Fogliano, possedeva i requisiti, l'Ente Parco in data 18 aprile 2018 pubblica un nuovo bando per l'individuazione della rosa di 3 nomi: inutile dire che nella nuova terna, individuata l'8 giugno, c’è l’ineffabile architetto Fogliano, adesso finalmente inserito nell'Albo dei Direttori grazie a 10 anni di Direzione abusiva del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano.

"In più Fogliano - sostiene Ennio Di Lorenzo, Presidente del Circolo Legambiente Val d'Agri - risulta blindato dalla presenza nella terna di due Direttori di Parco in carica, uno dei quali peraltro da pochissimi mesi ha preso servizio al Parco del Pollino. Premesso che si tratta di due degnissime persone e di due stimati professionisti, ci chiediamo se nelle decine di curriculum giunti al Parco non si potevano trovare altri profili, di uguale prestigio, ma che non fossero già impegnati. Che senso ha una siffatta terna che sembra una pantomima con al centro il contestato Fogliano e il direttore appena incaricato del Parco del Pollino? Perché il sodalizio tra Fogliano e il Parco sembra così ineluttabile? Sarebbe stato necessario evitare tale situazione non fosse altro che per ragioni di opportunità, vista anche la spada di Damocle del giudizio della Corte dei Conti che pende sui vertici dell'Ente Parco e su Fogliano in particolare, per danno erariale".  

"Purtroppo - continua Di Lorenzo - l’attuale Consiglio direttivo, ancora monco per il mancato reintegro dopo sei mesi di un Consigliere di nomina ministeriale illegittimamente dichiarato decaduto, non dimostra di avere l’energia per emanciparsi da una dinamica perversa che non sembra avere altra soluzione, se non quella traumatica, di un commissariamento dell’Ente".

"In tal senso - conclude Di Lorenzo - chiediamo al rappresentante delle associazioni ambientaliste in seno al Consiglio direttivo – il dott. Luigi Agresti a cui va il nostro ringraziamento per il lavoro svolto – di prendere le distanze dalla attuale gestione con un atto significativo come può essere quello delle sue dimissioni in attesa che gli altri membri del consiglio, già decimato da decadenze e mancati reintegri, lo seguano".

"Inoltre - conclude Nicoletti - Legambiente invita il nuovo Ministro dell’Ambiente ad approfondire il nostro Dossier sul Parco dell’Appennino lucano e sui suoi contenuti che, come detto, sono evidenze fattuali, allo scopo di dare un segnale di ‘discontinuità costruttiva’ nell’esclusivo interesse di territori dal potenziale indiscusso ma assolutamente fragili. Invitiamo anche il presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella a non fare più il pesce in barile e prendere una posizione chiara su un Ente che opera nel suo territorio, assumendo pubblicamente posizione sui vertici dell’Ente".

"L’opinione pubblica - conclude Lanorte -  i cittadini e gli operatori del territorio chiedono e meritano trasparenza, competenza e affidabilità. Non è più possibile accettare una gestione opaca e personalistica di un Ente pubblico, è necessario resettare l’intera governance del Parco e l’approccio dei suoi interpreti verso l’Istituzione Ente parco, l’Ambiente e il Territorio, ripristinando condizioni di legittimità, presupposto imprescindibile per ricostruire un rapporto con le popolazioni locali, che da sempre sarebbero dovute essere le vere protagoniste, oltre che le reali beneficiarie, di un’azione coerente di un Ente Parco degno di questo nome".    

 

Un Parco così poco parco

16 marzo 2018 

 Il Parco Nazionale dell'Appennino Lucano ed il Direttore abusivo: i territori non meritano questo e il futuro non è incoraggiante.

Lo dicevamo da tempo e, puntualmente, è stato rilevato anche dalla Corte dei Conti: il Direttore del Parco nazionale dell’Appennino lucano non ha avuto mai avuto i titoli per ricoprire quel ruolo.

Oggi, tuttavia, rientrando nell'Albo specifico per Direttori di Parchi Nazionali, grazie all'esperienza maturata, pare, illegittimamente, rischia seriamente la riconferma.

"Perplessità e scoramento - sottolinea Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - sono i sentimenti suscitati dall,ennesima manifestazione di incompetenza ed approssimazione nella gestione dell’Ente Parco Nazionale, strumento strategico per lo sviluppo territoriale la cui istituzione abbiamo prima per anni sostenuto con forza e poi, nel 2007, accolto con grande entusiasmo".

"Peraltro - continua Lanorte - questa è solo l’ultima evidenza di una gestione affaristica e personalistica che, nel corso degli anni di attività dell’Ente Parco, si è andata sempre più consolidando".

Le prime anomalie furono segnalate già in fase di selezione delle "guide del parco" (primo ricorso promosso da un ammesso peraltro), seguite da numerosissime assunzioni urgenti a tempo determinato, e incarichi "creativi" che hanno sempre più allontanato l’Istituzione dalla sua mission e dal territorio di competenza, fino a determinarne la conformazione in un elitario comitato d’affari.

L’episodio della devastazione evitata in extremis dell’area di importanza comunitaria Murge di Sant’Oronzo a Gallicchio – habitat del capovaccaio – resta un'altra chicca di incompetenza, ma anche la ‘dimenticanza’ dello scorso anno di prevedere una posta finanziaria per l’educazione ambientale la dice lunga sulla percezione che gli interpreti principali hanno della funzione di un Ente Parco Nazionale.

"Nella idea originaria il Parco - sostiene Ennio Di Lorenzo, Presidente del Circolo Legambiente Val d'Agri - doveva rappresentare un’avanguardia culturale capace di promuovere uno sviluppo effettivo e duraturo, un formidabile moltiplicatore di opportunità, capace di valorizzare e rilanciare saperi, tradizioni, abilità, competenze, tecnologie, professionalità, servizi, aggiungendo nuovo valore e maggiori benefici economici alla presenza dell’uomo con la sua operosità".

"L’Ente Parco dell’Appennino lucano - continua Di Lorenzo -  non ha dimostrato alcuna capacità ad interpretare il suo ruolo in questo senso. Appiattito in un approccio di ‘buon vicinato’ con ENI, non ha saputo essere il motore di alcun cambiamento. Emblematica è la vicenda del bando di gara del progetto Security, da circa 3 milioni di euro, gentilmente concessi da ENI con l'obiettivo della 'ricognizione visiva' delle condotte petrolifere".

"Questo Parco - continua Lanorte -  manca completamente di sensibilità e consapevolezza del suo ruolo, ragionando ormai come parte dell’indotto Eni invece di essere garante e promotore della compensazione ambientale, oltre che motore di un percorso che porti ad una moratoria dell’attività estrattiva e l’avvio di una progressiva riconversione produttiva".

La mancanza dei titoli del Direttore può spiegare ma non giustificare un andazzo simile: è un’aggravante, non una scusante, ovviamente; ma il futuro non offre nessun motivo di conforto. L’attuale Direttore, peraltro, pare ineluttabilmente destinato a rimanere al suo posto. Il bando di reclutamento per il ‘nuovo’ Direttore dello scorso luglio, infatti, contenendo una clausola di dubbia legittimità, riserva la possibilità di anticipare la pubblicazione dell’Albo nazionale aggiornato dei Direttori di Enti Parchi Nazionali ai partecipanti. Mossa indispensabile per garantire la carica all'attuale Direttore che,  comparendo oggi nel suddetto elenco, è già in pole position essendo uno dei tre nomi trasmessi dall'Ente al Ministero, nonostante l’esperienza sarebbe stata maturata illegittimamente secondo la Corte dei Conti.

"L’opinione pubblica e gli operatori del territorio - conclude Di Lorenzo -  chiedono e meritano trasparenza, competenza e affidabilità. Non è più possibile accettare una gestione così affaristicamente novecentesca  e così poco efficace di un Ente così strategico per un’area di rilevanza essenziale per l’intera Regione. E’ necessario resettare l’intero impianto del parco e l’approccio dei suoi interpreti verso le istituzioni, l’ambiente e il territorio, anche commissariando nuovamente l’Ente, ripristinando condizioni di legittimità e trasparenza, indispensabili ad un rapporto empatico con le popolazioni locali, altrimenti avranno avuto ragione i detrattori che, anche contro Legambiente, hanno per oltre un quindicennio ostacolato la nascita del Parco in Val d’Agri e nel Lagonegrese".

 

Parco del Vulture "spezzettato"

8 novembre 2017

Legambiente: "Il perimetro del Parco del Vulture approvato ieri è inadeguato dal punto di vista naturalistico, ambientale,  gestionale e socio-economico.  La discontinuità territoriale non è un criterio scientifico ma una scelta politica al ribasso che non offre garanzie di buona gestione". Legambiente chiede di correggere questa incongruenza.

Dopo una gestazione durata oltre 15 anni il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato il disegno di legge per l’istituzione del Parco naturale regionale del Vulture.

"Avremmo voluto - dichiara Antonio Lanorte Presidente di Legambiente Basilicata - che questo potesse essere un momento storico oltre che per la Basilicata anche per Legambiente che in tutti questi anni si è battuta con convinzione per l'istituzione del Parco e ha contribuito in maniera decisiva a riavviare nel 2013, come sottolineò l'allora assessore all'Ambiente Berlinguer, il faticoso iter istitutivo che sembrava morto e sepolto dal 2007 sotto la spinta delle forze anti-parco".

"Insomma - continua Lanorte - noi che siamo tra quelli che più hanno voluto il Parco del Vulture, siamo oggi costretti a dire che questo Parco non ci piace, cha la montagna ha definitivamente partorito un topolino sotto la forma di un perimetro striminzito, incomprensibile e probabilmente non idoneo a gestire adeguatamente la biodiversità".

In sostanza si sono concretizzati i timori di veder nascere un'area protetta  "mostruosa" dal punto di vista naturalistico-ambientale che non risponde a criteri scientifici e che risulta di fatto una brutta mediazione tra le spinte al ribasso di chi è sempre stato contro il parco e lo sviluppo sostenibile di quel territorio.

"Vane - secondo Antonio Nicoletti responsabile nazionale Aree Protette di Legambiente - sono state le nostre sollecitazioni affinché la volontà politica dell'ente regione sul Parco fosse priva di ambiguità, andando oltre l'applicazione di un processo partecipato e trasparente che noi abbiamo sempre riconosciuto alla Regione sulla vicenda, ma che si è rivelato monco in assenza di un atto di responsabilità finalizzato ad evitare di dare vita ad un Parco "a pezzi", in assenza quindi di un atto di "coraggio politico" in grado di riportare quel Parco ad unità sul piano geografico e garantire una efficacia gestionale al territorio. Perciò oggi non è nato un Parco, che per come riconosce la legge deve avere una continuità territoriale in grado di garantire una adeguata protezione della natura, ma si sono accorpati una serie di territori a valenza naturale e alcuni siti natura 2000. Una cosa sensibilmente diversa da quanto ci si aspettava e non rispondente alle necessità di tutela e di valorizzazione del territorio del Vulture".

"Perché questo era, secondo noi, - continua Nicoletti - il passaggio obbligato per rendere il nascente Parco realmente “dinamico” e creare un’area protetta vera in grado di connettersi con il territorio e capace di radicarsi nel tessuto sociale locale coinvolgendo enti e comunità, strumento reale e funzionale di conservazione della natura e della biodiversità".

            "Pertanto - sostiene ancora Lanorte - riteniamo che l'obiettivo prioritario a breve-medio termine debba essere quello di lavorare per ampliare il perimetro che deve ricomprendere aree in grado di connettere altri territori e ricostituire un'unità territoriale più coerente con gli obiettivi di tutelare la natura e valorizzare tutte le risorse del territorio. A ciò sarà orientata anche l'azione di Legambiente che ritiene il Parco del Vulture l’occasione vera per preservare e conservare i sistemi naturali e la biodiversità di uno dei territori più importanti della Basilicata, per porre le condizioni di uno sviluppo economico dell’area con nuove attività legate alla valorizzazione delle peculiarità ambientali, paesaggistiche e storico-culturali, elevando il potenziale competitivo del territorio rispetto ai settori strategici dell’economia di quell'area, quali l’agricoltura di qualità, il turismo, le produzioni tipiche, la manutenzione e gestione del patrimonio forestale".

            "E' nostra convinzione - conclude Nicoletti - che il Parco Naturale Regionale del Vulture ripensato secondo criteri scientifici di omogeneità naturalistica ed ambientale, sia un tassello fondamentale per ripensare globalmente il sistema regionale delle aree protette, sostenendole sia con maggiori investimenti finanziari, sia dotandole delle strutture tecniche, scientifiche e gestionali necessarie al loro funzionamento".

Legambientre Basilicata e Rete degli Studenti Medi insieme per il Fridays For Future

 24 maggio 2019

Il movimento studentesco ed ambientalista lucano è tornato in piazza per il secondo appuntamento dello Sciopero Globale per il Clima, nato dall'impegno della giovane attivista svedese Greta Thunberg, che già lo scorso 15 marzo ha fatto registrare una massiccia presenza di giovani e cittadini in diverse città del Pianeta.

Due differenti cortei hanno animato le strade della Città di Potenza e della Val d’Agri, con la partecipazione di diverse sigle ambientaliste, associative e dei tre maggiori sindacati confederali.

La mobilitazione è stata indetta per richiedere un repentino cambio di rotta sul tema dei cambiamenti

climatici e della giustizia sociale in Basilicata, in Italia e nel mondo intero.

La Legambiente Basilicata e la Rete degli Studenti Medi della Basilicata hanno redatto una piattaforma comune per sottolineare l’esigenza di una modifica radicale delle politiche ambientali, energetiche e di sviluppo della Regione Basilicata, cartina tornasole dello sfruttamento indiscriminato, se non addirittura criminale, dopo le ultime notizie riguardanti le indagini in corso sul Cova di Viggiano, del territorio e delle fonti fossili, che rappresentano la base di un sistema economico capitalista e lontano dalle reali esigenze del territorio.

In questo momento storico è oltremodo necessario che le Istituzioni internazionali, nazionali e locali prendano seriamente in considerazione l’esistenza e l’avanzamento dei cambiamenti climatici che mettono in discussione la vita sul Pianeta così come la conosciamo, con il concreto pericolo di una vasta perdita di biodiversità e di innalzamento incontrollato delle temperature della Terra.

Per queste ragioni le organizzazioni promotrici del movimento Fridays For Future in Basilicata richiedono alla Regione di dichiarare, come già fatto dal Comune di Milano e dal Parlamento del Regno Unito, lo stato di emergenza climatica e di convocare un tavolo di discussione con tutto il movimento sceso in piazza il 15 marzo e il 24 maggio, per affrontare concretamente e nel più breve tempo possibile le richieste alla base della mobilitazione territoriale:

  • stop a nuove estrazioni e a nuovi permessi di ricerca su tutto il territorio regionale;
  • avvio in tempi brevi e certi di una exit strategy per la Basilicata dal petrolio e dalle fonti fossili nel loro complesso con la dismissione graduale dei pozzi attivi e la transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili garantendo e incrementando i livelli occupazionali;
  • realizzazione di un piano straordinario di bonifica del territorio della Val d’Agri e della Valle del Sauro interessati da inquinamento derivante dalle attività petrolifere;
  • riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, affiancato ad una rimodulazione della normativa regionale sullo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili, in particolare nel settore eolico con la sospensione della legge regionale del 13 marzo 2019;
  • apertura reale all’autoproduzione e distribuzione locale di energia da eolico e altre fonti rinnovabili.