Blitz di Legambiente e Rete degli Studenti Medi davanti alle sedi di Total ed Eni

 

"Adottano" i gruppi petroliferi "campioni" delle fonti fossili e avversari nella lotta alla crisi climatica. Subito la Exit Strategy petrolifera per avviare la transizione energetica e produttiva in Basilicata "oltre" e lontano dal fossile

Le fonti fossili sono la principale causa dei cambiamenti climatici. La loro combustione per produrre energia elettrica e termica, nella mobilità e in tutti gli altri usi sono infatti responsabili di oltre l'80% del totale delle emissioni climalteranti. "Uscire dal loro utilizzo a favore di un sistema energetico sostenibile - dichiara Stefano Ciafani, Presidente nazionale di Legambiente - è indispensabile e prioritario: per contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5°C a livello mondiale è necessario dimezzare l’attuale livello di emissioni entro il 2030, azzerandolo entro il 2050. Come ricordano i ragazzi dei Fridays for Future e del movimento studentesco, che stanno scrivendo una pagina straordinaria di mobilitazione nel mondo, non c'è più tempo da perdere". "L’Italia - continua Ciafani - può e deve fare la sua parte nella lotta alla crisi climatica, ma serve un drastico cambio di passo rispetto al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima proposto dal governo con obiettivi ben al di sotto delle possibilità del nostro Paese, che potrebbe anticipare la completa decarbonizzazione della sua economia entro il 2040, grazie ad un pacchetto di misure ambizioso e perfettamente praticabile fin da subito fondato su rinnovabili ed efficienza. Solo così l’Italia potrà essere protagonista in Europa nella lotta all’emergenza climatica e dare gambe ad un vero Green New Deal nella transizione verso un’economia globale libera da fonti fossili, circolare e a zero emissioni". 

"In questo quadro - sostiene Antonio Marsicano, Segretario della Rete degli Studenti Medi di Basilicata - anche la nostra Regione deve dare il suo contributo e la nuova fase di programmazione deve avere l’orizzonte di una economia a basso contenuto di carbonio, con una progressiva de-fossilizzazione, contribuendo alla lotta ai cambiamenti climatici in applicazione, peraltro, della legge regionale 32/2018 sulla Basilicata Carbon-Free". Questo scenario, urgente, concreto e desiderabile - continua Marsicano - rischia di trovarsi davanti, però, dei macigni rappresentati dalle grandi compagnie petrolifere che continuano ad investire soprattutto sulle fonti fossili. In particolare questo risulta particolarmente vero in Basilicata dove le scelte strategiche di colossi come Eni, Total e Shell appaiono tutte proiettate verso l'espansione delle estrazioni di petrolio e gas, lasciando le briciole a prospettive alternative".

 

"Pertanto - dichiara Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - le compagnie petrolifere sono oggi i nostri avversari nella lotta ai cambiamenti climatici e per questo noi in Basilicata "adottiamo" Eni, Total e Shell come "Nemici del Clima", perchè esse, come tutti i big players del petrolio, sembrano non volersi rendere conto che stanno andando dalla parte sbagliata invece di assumersi pienamente la responsabilità di essere parte attiva della soluzione del problema della crisi climatica, tra l'altro recando danni ambientali tangibili in tante aree del Pianeta, tra cui la Basilicata. Infatti è difficile mettere in dubbio che gli ultimi venti anni siano stati per la Basilicata e la Val d'Agri in particolare, una lunga stagione di sviluppo negato in cui l'attività estrattiva ha messo a rischio la salute, le risorse naturali, l'economia e l'identità stessa dei territori".   "Oggi  - sostiene ancora Lanorte - chiediamo realisticamente una rapida strategia di rinuncia al petrolio in questa Regione. Con un elemento incombente, pesante e preoccupante in più: l'avvio imminente delle attività di estrazione Total-Shell a Tempa Rossa. Il timore, non infondato, è di rivedere un brutto film già visto, anche perchè da molti mesi si fatica a trovare concreti riferimenti nel dibattito pubblico relativi alla baseline ambientale e socio territoriale dell’area mineraria e al monitoraggio ambientale. Anche questo ci ricorda qualcosa. E ci preoccupa. Tanto più che oggi, alle soglie del 2020, appare davvero anacronistico investire sul petrolio, che rappresenta, inequivocabilmente, il passato, mentre la parte del Pianeta più avanzata lo sta già abbandonando". "A maggior ragione riteniamo quindi - continua Lanorte - che bisogna mettere in campo, da subito, in Basilicata un progetto concreto e credibile di transizione energetica e riconversione produttiva "oltre" il petrolio fondato su bioeconomia circolare e fonti rinnovabili in cui Eni, Total e Shell devono svolgere un ruolo decisivo, questa volta come "amici del clima", oltre che della Basilicata. Al momento, al di là delle trattative più o meno in corso per chiudere gli accordi con le compagnie, verifichiamo l'assenza di qualsiasi indicazione sul come, quando e verso dove si vuole andare per costruire un futuro no-oil in Basilicata". "Inoltre - conclude Lanorte - bisogna bonificare le aree contaminate e riqualificare, dismettere gradualmente i pozzi attivi, bloccando allo stesso tempo nuove estrazioni e nuovi permessi di ricerca e rafforzando il sistema pubblico di controllo e monitoraggio. Il petrolio è il passato, perchè la crisi climatica impone il superamento dell'era delle fonti fossili. E allora in Basilicata non possiamo continuare a costruire un futuro fondato sul passato e la Val d'Agri oggi, così come la Valle del Sauro domani, non possono e non dovranno essere i poli energetici del passato, destinati ad estinguersi, mentre dovrebbero perseguire con forza e competenza la naturale vocazione agricola e rurale, con una prospettiva di sviluppo ‘contemporanea’, coerente e sostenibile, "oltre" e lontano dal fossile".

Petrolio in Basilicata: dibattito fermo a 20 anni fa, necessario un “25 aprile” di liberazione dal fossile

Il rinnovo della concessione Val d'Agri, la rinegoziazione degli accordi con ENI e con TOTAL in vista dell’avvio delle attività del Centro Oli di Tempa Rossa sono al centro del dibattito pubblico e dei confronti che la Giunta Regionale sta portando avanti in questi giorni con le compagnie petrolifere.

Il quadro che emerge dalle interlocuzioni, seppur ancora incompleto, ci sembra tuttavia già caratterizzato su alcune posizioni. Il petrolio oggi come negli ultimi venti anni continua ad essere considerato una "risorsa" se non una "ricchezza" per la Basilicata. Soprattutto non viene posta in dubbio la compatibilità delle attività estrattive con ambiente, salute e sviluppo socio-economico. Viene altresì ribadita fiducia piena nella possibilità di garantire le condizioni di sostenibilità per continuare a sfruttare la risorsa petrolifera. Al momento queste posizioni appaiono viziate da un approccio ideologico che non trova riscontro nella realtà riscontrata negli ultimi venti anni, un ventennio a tinte fosche e per nulla trasparente, caratterizzato da uno sfruttamento indiscriminato del territorio senza un’opera chiara di verifica da parte del pubblico e dell’azienda. «L’Eni ha estratto il petrolio senza empatia con i territori, ha portato un apparente ricchezza approfittando dell’ingenuità della comunità. – dichiara il presidente di Legambiente Val d’Agri Ennio Di Lorenzo. – La situazione in Val d’Agri, dopo venti anni di estrazioni, è peggiorata dal punto di vista socio-economico, ambientale e sanitario». Le inchieste giudiziarie in corso su quanto accaduto al COVA di Viggiano e in Val d'Agri, mettono in luce l’impossibilità di fidarsi delle compagnie petrolifere e l’immediata necessità di modificare le modalità con le quali ci si è interfacciati con Eni prima e Total poi.

Con la Conferenza Nazionale organizzata in Val d’Agri dalla Legambiente e dalla Rete degli Studenti Medi della Basilicata pochi giorni fa, sono stati affrontati tutti gli aspetti connessi alla questione petrolifera in Basilicata, con ospiti di primissimo piano e insindacabile professionalità ai quali è stato affidato il compito di fornire, soprattutto alle giovani generazioni, chiavi di lettura in più possibile oggettive sugli impatti delle attività estrattive su ambiente, lavoro, salute e sviluppo territoriale. «Il nostro ruolo è quello di creare coscienza critica e consapevolezza tra gli studenti di oggi e i lavoratori di domani. – dichiarano i rappresentanti della Rete degli Studenti medi Alice Marmo e Antonio Marsicano – Solo ponendo un freno al dominio culturale da parte delle multinazionali e rinforzando la base di informazione critica nella cittadinanza si può giungere a una ridiscussione e a un drastico cambiamento nei siti di estrazioni lucani». Peraltro oggi più di ieri i temi della crisi climatica e della transizione energetica irrompono necessariamente con forza all'interno del dibattito sull'estrazione e uso delle risorse petrolifere e sarebbe profondamente sbagliato eluderle a maggior ragione laddove è collocato il più grande giacimento di petrolio on-shore d'Europa.

In questo quadro sono sempre più necessari momenti di approfondimento dedicati per aprire un confronto sul futuro della nostra Regione, con la presenza di istituzioni, sindacati, associazioni e cittadini. Purtroppo, è da sottolineare la necessità di cambiare radicalmente l’approccio con il quale il tessuto sociale e politico lucano si interfaccia alla questione petrolifera: «La Regione ha vissuto per 20 anni una dittatura petrolifera – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani - dobbiamo lavorare per il 25 aprile della Basilicata. Il petrolio rende succubi i territori perché anestetizza le politiche e la politica. È come una droga allucinogena che fa vedere una realtà che non esiste. L’alternativa al fossile esiste già, è disponibile e va adottata subito».

«Noi di Legambiente, sostiene Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - 20 anni fa come oggi avremmo preferito che la Basilicata definisse altre traiettorie di sviluppo piuttosto che vincolarsi così strettamente a un'opzione, quella petrolifera, che ne sta mettendo a rischio salute, risorse naturali, economia e finanche la stessa identità territoriale. Oggi chiediamo realisticamente una rapida strategia di rinuncia al petrolio in questa Regione e la definizione di un concreto processo di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio. Le interlocuzioni in corso tra Regione e compagnie petrolifere ci risulta riguardino anche questi aspetti. Il problema è che, al momento, manca qualsiasi indicazione sul come, quando e verso dove si vuole andare per costruire un futuro no oil in Basilicata.   

 

Eni nemica del clima, blitz della Goletta Verde nella valle del petrolio

In Basilicata l'equipaggio espone lo striscione "Eni Enemy of the Planet"

In Val d’Agri c’è il giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti. Qui, dove Eni è operatore di maggioranza della concessione con il 61%, i giacimenti nel 2017 hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 Legambiente: «Definire subito l' "exit strategy"dal petrolio in Basilicata»

Il dossier Eni Enemy of the Planet di Legambiente, foto e video disponibili qui: http://bit.ly/2xR9ZPG

 Legambiente torna a lanciare l’allarme sul pericolo che Eni, l’azienda energetica a prevalente capitale pubblico nemica del clima, rappresenta se le sue politiche non cambieranno direzione di marcia e, al passaggio di Goletta Verde diretta in Calabria, ha organizzato un blitz a Marina di Pisticci esponendo lo striscione Eni Enemy of the Planet.

 In un dossier che raccoglie numeri e storie, l’associazione ambientalista fa il punto sui progetti di ENI, sulle fonti fossili e sulle rinnovabili. E il quadro restituito è quello di una società proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alla fonti pulite solo briciole di investimenti.

 Per la Basilicata e la Val d'Agri l’ultimo appena trascorso è stato un ventennio di sviluppo negato in cui l’attività estrattiva di Eni ha messo a rischio la salute, le risorse naturali, l’economia e l'identità dei territori. Qui, dove negli anni ‘90 è iniziato lo sfruttamento del giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti, non si contano i casi di inquinamento e di incidenti importanti.

Per citare soltanto quello più eclatante, nel 2017, uno sversamento di idrocarburi ha interessato il centro oli di Viggiano e la falda sottostante portando la Procura di Potenza ad avviare un’inchiesta per danni ambientali anche in seguito all’esposto di Legambiente, in linea con la legge n.68/2015 sugli ecoreati. In seguito a questa indagine, lo scorso aprile è stato arrestato per disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano e insieme a lui sono state indagate 13 persone tra le quali anche componenti del comitato tecnico regionale della Basilicata. È in corso a Potenza il processo sullo smaltimento illegale di rifiuti, in parte attraverso la reimmissione di  acque di processo in alcuni pozzi in Val d’Agri.

Mentre tutto il mondo parla di lotta alla crisi climatica, di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione al surriscaldamento globale, l’Eni batte il suo record di produzione: 1,9 milioni di barili al giorno nel 2018, il numero più alto mai registrato dalla compagnia (+5% di produzione rispetto al 2017).

 “Pensiamo che Eni stia sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale - commenta il portavoce di Goletta Verde, Mattia Lolli - e di avviare al più presto un piano di riconversione delle attività di Eni che punti alle rinnovabili. Oggi le fonti fossili godono di sussidi pari a 18,8 miliardi di euro, ma le rinnovabili sono competitive e possono sostituirle in tanti usi. Fermare le nuove ricerche di petrolio e gas, promuovere l’efficienza e le rinnovabili nella produzione elettrica, nell’industria, nei trasporti e nell’edilizia: questa è la soluzione per liberarci dalla dittatura delle fossili”.

 Nell’Appennino Centro-Meridionale Eni è operatore di maggioranza della concessione Val d’Agri, con il 60,77%, dove sono presenti i giacimenti di Monte Alpi, Monte Enoc e Cerro Falcone. Nel 2017 i giacimenti hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 “In Basilicata è necessario definire una strategia d'uscita dal petrolio e dalle fonti fossili - aggiunge il presidente di Legambiente Basilicata Antonio Lanorte - Dopo anni di sfruttamento petrolifero, Eni dovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle comunità locali. In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri una vera “exit strategy” dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniata sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Al contrario i prossimi anni dovranno essere fondati su una riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e il blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.

 

Piano industriale di Eni, Legambiente: "Il progetto Energy Valley è deludente"

15 maggio 2019

Legambiente: "La Val d'Agri e la Basilicata meritano molto di più"

 "Se è questo il piano industriale di Eni per andare 'oltre il petrolio' in Val d'Agri, non ci siamo proprio". Questo è il commento di Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata, agli investimenti annunciati dall'Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi, all'assemblea annuale degli azionisti della compagnia petrolifera.

"Il progetto 'Energy Valley' - continua Lanorte - prevede infatti  un programma di investimenti insufficiente rispetto ai bisogni attuali e futuri di quel territorio sia dal punto di vista delle ricadute occupazionali  che, soprattutto, della qualità ed efficacia complessiva delle azioni messe in campo".

"Non si tratta qui - continua Lanorte - di disquisire se si tratti o meno di una compensazione per i danni ambientali accertati che la compagnia petrolifera ha arrecato al territorio, quanto di valutare nel merito le proposte fatte che sono di fatto quasi tutte funzionali all'attività del COVA"

"Insomma - sostiene ancora Lanorte - di diversificazione economica, sostenibilità ambientale ed economia circolare, in questo progetto, che è davvero eccessivo chiamare piano industriale, c'è davvero poco".

"Dopo venti anni di sfruttamento petrolifero- commenta Ennio Di Lorenzo, Presidente del circolo Val d'Agri di Legambiente - Enidovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle Comunità locali. In questo modo, invece, piuttosto che emanciparsi dall’esperienza petrolifera, il territorio rischia di vedere semplicemente ampliata la già condizionante presenza ENI, con incrementi occupazionali reali molto più contenuti di quelli annunciati”

"In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri - continua Di Lorenzo - una vera "exit strategy" dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere".