NO al petrolio in mare ma anche in terra ferma

“No al petrolio in mare ma anche in terra ferma. Il governatore Pittella dovrebbe estendere il suo ragionamento all’intera regione. Se il mare rappresenta la storia della Basilicata, figuriamoci la montagna e la sua ruralità. Il nostro governo regionale oltre ad essere miope, vede con un occhio solo”. E’ questo il commento della Legambiente Basilicata all’ultimo intervento del presidente Marcello Pittella rispetto alla partecipazione alla manifestazione indetta per il 15 luglio a Policoro promossa dal sindaco della città insieme ai Governatori di Puglia e Calabria contro le trivellazioni nello Ionio.

“Bene l’impegno della Regione contro le trivelle nello Ionio – continua l’associazione - ma tutto il territorio regionale merita la stessa attenzione e tutela, segnali che non sono ancora mai arrivati. Se il petrolio viene ritenuto non strategico e impattante a mare perché dovrebbe esserlo a terra?” L’associazione non può che plaudire all’iniziativa e ribadire il suo forte no alle estrazioni petrolifere ma non può esimersi dal mettere in evidenza le contraddizioni di una simile netta posizione del governatore lucano.

Ricordiamo al presidente Pittella solo alcuni semplici dati. Al 31 marzo 2015 in Basilicata sono presenti 10 permessi di ricerca per un totale di 1.357,61 chilometri quadrati e 26 Comuni interessati. Le istanze di permesso di ricerca sono invece 18. In totale sono 93 i Comuni della Basilicata interessati, tra permessi di ricerca e istanze di permesso interessando un territorio complessivo di 2.685,81 chilometri quadrati. Di questi, ben 33 ricadono in Area Parco e 7 nel territorio dell’istituendo Parco Regionale del Vulture.

Dati, questi, che dimostrano ancora una volta la stolta sudditanza della nostra regione al Dio petrolio e che non fanno intravedere alcun tipo di sviluppo alternativo per la Basilicata. Nemmeno a fronte di plateali forme di solidarietà a sindaci in sciopero della fame e di partecipazioni a manifestazioni di piazza. Né è sufficiente dichiarare che “la scelta di impugnare o meno, mesi fa, lo Sblocca Italia, per nulla avrebbe inciso sulla decisione del Ministero dell'Ambiente di dare il via libera alla valutazione di impatto ambientale al permesso di ricerca nel mare Ionio”. Lo sblocca Italia consente di fare a terra quello che fino ad ora valeva per il mare, ovvero togliere ruolo e potere vincolante agli enti locali, per questo sarebbe stato utile che lo impugnasse. Allo stesso modo è alquanto discutibile la posizione “contro altre estrazioni in aree sensibili della nostra regione che non rientrano negli accordi del 1998 e del 2006”. Come dire: tuteliamo il territorio ma senza venir meno agli accordi con i petrolieri!

Le trivellazioni nelle Ionio vanno impedite, e su questo non ci piove. Oltre 122mila chilometri quadrati, corrispondenti all’estensione di tutta Inghilterra, potranno essere sottoposte ad attività di prospezione e ricerca attraverso indagini sismiche (airgun) grazie agli 11 recenti decreti per il nulla osta ambientale che riguardano tredici aree marine tra Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia, portando così a 52 le istanze di permesso di ricerca e le istanze di prospezione presentate dalle diverse compagnie petrolifere nei nostri mari con accertati danni all’ambiente e alle attività di pesca.

Ma gli stessi danni economici e ambientali si sono abbattuti da decenni sulla nostra regione a causa della folle corsa all’oro nero. Non ci sono dati sull’occupazione che tengano. E’ inaccettabile immaginare ulteriori compromessi che mettano a rischio le preziose risorse idriche, naturali, economiche e storiche che il nostro territorio racchiude. Un patrimonio culturale, di biodiversità, produzioni tipiche e offerta turistica che va senza ombra di dubbio dalla costa ionica alle Dolomiti Lucane, ai paesaggi della Val d’Agri, ai nostri piccoli borghi. Sono in discussione il futuro di intere aree territoriali della Basilicata e lo stesso concetto di sviluppo che non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere e del territorio ma sulla tutela dell’ambiente come elemento assolutamente imprescindibile.

Il petrolio inquina non solo l’ambiente ma anche la mente di un’intera classe dirigente regionale che, impegnata solamente a difendere i propri interessi e abituata ad utilizzare la spesa pubblica solo ed esclusivamente per ottenere consenso elettorale, si è completamente “seduta” sul petrolio utilizzando il bancomat delle compagnie petrolifere alla bisogna: prima l’Università e la sanità regionale, il bonus carburante o la social card e ora il dissesto della città di Potenza.

Il petrolio era ed è una risorsa finita, in mare come in terra ferma. Invitiamo il nostro governatore ancora una volta a cambiare rotta: per i nostri mari, per la nostra terra.