Renzi in Basilicata. "Manca lungimiranza e modernità. Solo quando avremmo una classe dirigente in grado di possedere tali requisiti, potremmo definirci ottimisti”

Troppo poche e troppo poco chiare le battute sulla questione petrolio del premier Renzi a Matera per la firma del Patto per la Basilicata. Probabilmente il presidente del Consiglio non conosce affatto il territorio nei confronti del quale si è appena impegnato ad investire quasi 4 miliardi di euro. A partire dai fantomatici dati cui fa riferimento ai microfoni della Tgr di Basilicata che, a suo dire, lo tranquillizzerebbero sulle vicende giudiziarie degli ultimi tempi, legate soprattutto al monitoraggio e alla sicurezza dei processi produttivi.

Peccato sia stata proprio la Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e poi lo stesso governatore regionale Pittella a dichiarare che l’Arpab, l’ente regionale preposto al controllo, non abbia fatto fino in fondo il proprio dovere. A quali dati si riferisce dunque il premier Renzi?

È evidente come il pressapochismo istituzionale, sia a livello nazionale che regionale, e l’ostentazione di un irragionevole ottimismo si scontrino con le legittime preoccupazioni dei cittadini per le conseguenze ambientali e sanitarie dell’estrazione petrolifera e la realtà di una regione che, sedotta dall’idea di una ricchezza fossile, sta perdendo la capacità di vedere nella sua straordinaria naturalità, ricchezze rurali e bellezza le chiavi di uno sviluppo duraturo e sostenibile. Noi al contrario del premier non ci fidiamo dell’operato dell’Eni, i vent’anni di estrazione in Basilicata lo dimostrano, e avremmo voluto rassicurazioni sul ripristino in Val d’Agri e nella Valle del Sauro di una situazione di legalità e trasparenza degna di uno stato civile e certezze sul percorso di riforma delle Arpa ora in discussione in parlamento.

Dovremmo ricordare a Renzi che, nella Strategia energetica nazionale, il governo nazionale da un lato dichiara di voler raggiungere e superare gli obiettivi dettati dal Pacchetto UE Clima-Energia 2020 e nel percorso verso la de-carbonizzazione, dall’altro dedica uno dei pilastri proprio allo “Sviluppo sostenibile degli idrocarburi”, prevedendo un progressivo aumento delle produzioni nazionali fino a raggiungere nel 2020 i livelli degli anni '90. Un evidente controsenso che spinge verso un settore destinato ad esaurirsi in pochi anni perché è da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità.
Non solo. Gli va ricordato, ancora, che l’ingente flusso di denaro, anzitutto per l’Eni, e poi per lo Stato Italiano, la Regione Basilicata e i Comuni interessati finora non ha portato a quello sviluppo del territorio auspicato. Eni quantifica il gettito totale di royalties versate nelle casse della Regione e dei Comuni interessati dal 1998 al 2015 in oltre 935 milioni di euro. Di questi quasi 100 milioni sono stati versati ai Comuni interessati dalla concessione Val d’Agri (Calvello, Grumento Nova, Marsico Nuovo, Montemurro e Viggiano, che ha ricevuto 70 milioni di euro).

E poi l’ombra delle illegalità ambientali, che non è certo notizia di oggi. Per l’associazione contro la corruzione Transparency, il settore delle estrazioni di petrolio e gas è in assoluto tra i più a rischio corruzione, con un tasso del 25% di corruzione percepita. L’Italia ha visto consumarsi sul suo territorio diverse inchieste nel settore dell’estrazione di idrocarburi. E la Basilicata, per la presenza delle attività estrattive, è purtroppo al centro di queste vicende. L’inchiesta sul Centro Oli di Viggiano, di proprietà dell’Eni, era venuta alla luce a febbraio 2014 con un primo “blitz” dell’Antimafia. Da allora i filoni d’indagine si sono moltiplicati.

Non è dunque la sola mancanza di risorse il problema della sviluppo del mezzogiorno e della Basilicata. Manca lungimiranza e modernità. Solo quando avremmo una classe dirigente in grado di possedere tali requisiti, cari Matteo Renzi e Marcello Pitella, potremmo definirci ottimisti.