Eni in Val d'Agri: bonificare, risarcire, dismettere. Fermare il disastro ambientale per cambiare definitivamente rotta.

In base a quanto emerso dalle anticipazioni della stampa in Val d’Agri sarebbe in corso un disastro ambientale inaccettabile. Tutto questo è stato fatto per risparmiare sui costi di gestione o per mera disattenzione? Si parla di una fuoriuscita di 400 tonnellate di greggio sversato nell’ambiente causata da una sconcertante incapacità gestionale dell’attività estrattiva in Val d'Agri da parte della compagnia petrolifera nazionale. È quello che emerge oggi in base a quanto dice la stessa Eni, con inconcepibile ritardo visto che lo sversamento sarebbe cominciato addirittura ad agosto 2016 e venuto alla luce in modalità quantomeno poco ortodossa, cioè denunciato da personale del Consorzio ASI.

Non solo la probabilità di incidente rilevante è più elevata di quanto immaginabile, ma anche la capacità di intervento tempestivo risulta molto aleatoria. ENI, Regione ad Arpab si assumano le loro responsabilità. Non essendo abituati ad ammissioni gratuite, il sospetto che l'entità dello sversamento sia maggiore è molto forte. La strada da praticare subito è chiara: si deve mettere immediatamente in sicurezza le falde e il sottosuolo e bonificare, come priorità imprescindibile, e avviare il percorso di dismissione dell'attività estrattiva e la conversione produttiva verso esperienze innovative, di qualità e coerenti con le vocazioni del territorio lucano che garantiscano non solo i posti di lavoro attuali ma un rilancio economico e occupazionale dell’area.

L'incapacità conclamata nella gestione del Cova, da parte di Eni, impone un cambio di rotta radicale, richiamando la compagnia alle sue responsabilità: riparare ai disastri compiuti provvedendo alle bonifiche, ma anche risarcendo Comuni e territori dei danni economici, produttivi e di immagine conseguenti ad un certo “modello” di gestione industriale.
Si tratta di un’emergenza straordinaria che ha bisogno di strumenti forti ed efficaci per cambiare rotta in una valle che da decenni subisce la dittatura del petrolio. Per questo invochiamo l’applicazione della legge 68 del 2015 sugli ecoreati che ha introdotto i delitti ambientali nel Codice penale.

Con la legge sugli ecoreati, le forze dell'ordine e l'autorità giudiziaria possono contare su delitti specifici da contestare quali inquinamento, disastro ambientale, impedimento del controllo e omessa bonifica. Le pene sono molto importanti: si va dalla reclusione da 2 a 6 anni per il delitto di inquinamento a quella da 5 a 15 anni per chi commette un disastro ambientale con tempi di prescrizione raddoppiati, una lunga serie di aggravanti, la confisca dei beni (anche per equivalente) degli inquinatori, come già previsto per i mafiosi, e sanzioni severe come la responsabilità giuridica delle imprese.

La legge sugli ecoreati, 122/2015, con importanti specifiche aggiuntive all'art. 452 c.p., è uno strumento importante in tal senso e Legambiente, con il suo Direttore nazionale Stefano Ciafani, ne parlerà in un convegno nazionale a Viggiano il prossimo 18 maggio con cittadini, associazioni e amministratori locali e regionali.

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