'Exit strategy' per la Basilicata: 'opzione zero' per la produzione di petrolio

E' necessario avviare un grande processo di riconversione produttiva 'oltre' il petrolio

 
Le vicende petrolifere in Basilicata, sia quelle che riguardano la Val d'Agri ma anche quelle prossime future della Valle del Sauro, sembrano trovarsi, in questi ultimi mesi, più che mai in mezzo a un guado, tra sospensioni reali e "sospensioni del pensiero", in cui ad ogni doveroso blocco da parte del governo regionale di attività legate alle estrazioni in seguito ad incidenti, rilevamenti anomali o altro, corrisponde una progressiva stratificazione di dubbi come se il decisore politico fosse in attesa di qualcuno o qualcosa capace di togliere le castagne dal fuoco ed evitare un imbarazzo crescente.
Questo dicono gli avvenimenti degli ultimi mesi, dallo sversamento di 400 tonnellate di greggio (secondo i dati ENI) dal serbatoio D del Cova, ai risultati della Commissione VIS sull’associazione di rischio tra estrazioni e patologie cardiorespiratorie in val d'Agri, al ritrovamento di ammine nelle acque di strato del pozzo di reiniezione Costa Molina 2.
Tutti fatti gravi e rilevanti per il loro potenziale impatto sulla salute e l'ambiente, rispetto ai quali risulta necessario e prioritario verificare e interpretare i dati, monitorare e controllare, ma che pongono interrogativi che vanno oltre il lungo inseguimento di una compatibilità tra il petrolio e la Basilicata, mai dimostrata e probabilmente irraggiungibile.
E' giunto davvero il momento di chiedersi laicamente se ne vale davvero la pena. Forse se lo sta chiedendo anche il governo regionale se il presidente Pittella qualche giorno fa si è spinto a dichiarare che "se le condizioni di sostenibilità ci diranno che non possiamo sfruttare più la risorsa petrolifera, allora ci rinunceremo senza pensare al bilancio".
Dunque si tratta di stabilire quali siano queste "condizioni di sostenibilità" tenendo presente che già ora i danni di immagine sono gravi e conclamati e che la filiera petrolifera si è dimostrata in questi venti anni un freno per lo sviluppo del territorio oltre che a forte rischio illegalità come dimostrano le numerose indagini giudiziarie di questi anni.
Questo già basterebbe per dichiarare il fallimento dell'esperienza petrolifera in Basilicata, tuttavia a questo quadro già fosco si aggiungono i rischi, ormai non più solo percepiti come incombenti, per la salute e le risorse naturali. Già oggi quindi fatichiamo a riconoscere quelle "condizioni di sostenibilità" anche perché dubitiamo che Eni voglia (o possa) mettere in campo garanzie tecnologiche credibili, tanto più che la Compagnia petrolifera più che discutere dell'adozione delle migliori tecnologie disponibili sembra piuttosto propensa a mettere sul piatto un eventuale aumento delle royalties! In cambio di cosa? E' lecito qualche sospetto.
In questo quadro diventa allora ipotizzabile l'opzione zero in relazione al proseguimento dello sfruttamento petrolifero in Val d'Agri. Gli ultimi avvenimenti e le conseguenti prese di posizione a livello istituzionale portano a pensare che sia caduto l'ultimo tabù, che l'"oltre petrolio" possa cominciare da subito. Serve allora una "exit strategy", l'indicazione delle modalità con cui si possa realisticamente rinunciare al petrolio considerando che la regione Basilicata in questi anni si è completamente “seduta” sullo sfruttamento del suo sottosuolo utilizzando il bancomat delle compagnie petrolifere alla bisogna.
Pertanto, a nostro parere, la sfida, la "strategia d'uscita", dovrebbe consistere nell'avvio immediato di un grande processo di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio, recuperando nel contempo una percezione diffusa a livello locale delle reali potenzialità del territorio.
Ripartire quindi dalle caratteristiche peculiari, dall’esistente nei luoghi, dalla loro messa a valore, dalla loro messa in sicurezza e manutenzione, dal loro potenziale di fruibilità, coniugando territori e risorse umane, utilizzando in modo organico e coerente le risorse finanziarie per questi obbiettivi concepite, garantendo nel contempo la qualità del territorio in termini assoluti  (qualità ambientale e agroalimentare, servizi diffusi e di prossimità, reti di comunicazione, mobilità, ricerca e innovazione intesa come nuovo servizio capace di garantire un  progresso sociale e culturale).
Il rafforzamento di un legame virtuoso tra ruralità, modernità e qualità è la sintesi strategica cruciale per lo sviluppo di modello di crescita rurale coerentemente sostenibile. Le nostre comunità rurali sono fragili ed isolate, ma ancora unici contenitori di valori e stili di vita competitivi ed attuali, abitate da “residenti minori”, dove inesauribilmente diminuiscono i numeri e le opportunità, in luoghi, però, dove è possibile sperimentare nuovi percorsi, nuove attività e nuove regole dello stare insieme.
La Basilicata invece di provare ad essere polo energetico del passato, destinato ad estinguersi, dovrebbe perseguire con forza e competenza la naturale vocazione agricola e rurale, con una prospettiva di sviluppo ‘contemporanea’, coerente e sostenibile (non solo in termini ambientali): riagganciare la modernità, che finalmente parla di agricoltura, di sostenibilità ambientale e di qualità della vita, invece di assecondare dinamiche ed interessi che continuano a considerare lo sfruttamento delle risorse, piuttosto che la loro messa a valore, come premessa di non meglio definiti processi di sviluppo.
Tutto questo si può fare. Bisogna immaginare però una grande iniziativa economica e culturale, basata su un rinnovato senso civico, nuove idee e progetti, fiducia nella forza endogena delle comunità. Immaginare e realizzare un grande programma regionale di coesione economica e sociale, dunque, che orienti, finalizzi e vincoli le risorse finanziarie verso progetti che mettano al centro il territorio come bene comune da difendere e custodire.