La Val d’Agri e il petrolio: venti anni di sviluppo negato

20 novembre 2018

Legambiente: "L’attività estrattiva mette a rischio la salute, le risorse naturali, l'economia e l’identità stessa del territorio". Una Exit Strategy per andare "oltre" il petrolio.

Il 18 novembre 1998, venti anni fa, Eni e Regione Basilicata siglavano il protocollo d'intesa per lo sfruttamento petrolifero in Val d'Agri. Una data simbolica e un momento epocale per la nostra Regione in grado di segnarne davvero la storia da punto di vista politico, sociale ed economico.  

"Ebbene - dichiara Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - a venti anni dall’avvio ufficiale dell’attività estrattiva e prossimi alla scadenza della concessione mineraria denominata Val d'Agri, con la prospettiva del rinnovo decennale, Legambiente non può che valutare in maniera marcatamente negativa gli effetti dell'"era" del petrolio, in primo luogo per il territorio della Val d’Agri, sacrificata sull'altare di "interessi superiori", e, conseguentemente, per l’intera Regione".

"La storia petrolifera di questo ventennio in Basilicata - continua Lanorte - è costellata di incidenti, casi conclamati di inquinamento delle matrici ambientali, indagini giudiziarie per corruzione e traffico illecito di rifiuti. Una lunga sequela di fatti gravi e rilevanti per il loro potenziale impatto sulla salute e l'ambiente rispetto ai quali risulta certamente necessaria e prioritaria la verifica e interpretazione dei dati, anche in relazione alla  caratterizzazione ambientale dei siti e alla valutazione dell’incidenza dei fattori ambientali sullo stato di salute della popolazione, ma che pongono interrogativi che vanno oltre il lungo inseguimento di una compatibilità tra il petrolio e la Basilicata, mai dimostrata e probabilmente irraggiungibile".

"L'attività estrattiva ventennale in Basilicata, infatti - continua Lanorte - si è caratterizzata come una filiera oscura e foriera di distorsioni a danno dei territori, rappresentando anche un elemento sostitutivo e distorsivo delle dinamiche dell’offerta di lavoro locale, di natura prevalentemente non qualificata e a tempo molto determinato. Precarizzazione permanente e dequalificazione del mondo del lavoro locale come pilastri di un modello classico di sottosviluppo. Caso, peraltro, evidentemente non isolato per l'industria petrolifera come confermato anche delle recenti vicende dei licenziamenti al nuovo centro oli Total nella valle del Sauro".

"Il continuo spopolamento - sostiene Ennio Di Lorenzo, Presidente del Circolo Legambiente Val d'Agri - soprattutto delle generazioni in età lavorativa di fascia medio-alta, indica non solo la carenza di opportunità congiunturali, ma anche la scarsa attrattività complessiva del territorio in termini di investimenti e nascita di nuove attività. La presenza dell’attività estrattiva, infatti, non solo non ha innescato nuova economia, ma ha progressivamente influenzato le dinamiche del tessuto sociale nel suo approccio al mondo del lavoro e al concetto di qualità della vita, frenando le ambizioni di consolidamento di processi di sviluppo endogeni e sostenibili da parte di un territorio agricolo di qualità, dalle caratteristiche ambientali di valore assoluto. Le produzioni agricole certificate sono tornate alle quantità di 15 anni fa".

"Il petrolio in Basilicata - continua Di Lorenzo - ha quindi rappresentato un elemento di freno per lo sviluppo del territorio in quanto, pur a fronte di cospicue entrate derivanti dal meccanismo delle royalties, l’utilizzo delle stesse non ha prodotto investimenti ma solo spesa corrente, attraverso la quale un'intera classe dirigente regionale ha abdicato al proprio ruolo di pianificazione di una strategia di utilizzo di risorse finanziarie orientata allo sviluppo sostenibile del territorio e all'innovazione. Un vero e proprio "inquinamento delle menti" che ha prodotto solo, questo si, consenso elettorale. L'analisi che facciamo ci porta a definire come un fallimento l'esperienza petrolifera in Basilicata, una scelta folle perpetrata ai danni del territorio".

"E' necessario allora - sostiene ancora Lanorte - cambiare rotta in vista del rinnovo decennale della concessione petrolifera Val d'Agri prevista per ottobre 2019. Con la premessa indispensabile e non scontata che è necessario un assoluto diniego per qualsiasi nuova ulteriore attività petrolifera in Basilicata, il governo regionale che uscirà dalle elezioni del 2019 dovrà, in un'ottica partecipativa, definire quali siano le condizioni di sostenibilità per continuare o meno a sfruttare la risorsa petrolifera. La Basilicata deve recuperare il tempo perduto sul fronte dei controlli, della sicurezza e delle bonifiche, costruendo un moderno sistema di monitoraggio, controllo e ripristino ambientale ed adottando organicamente strumenti di valutazione e prevenzione come la VIS (Valutazione Impatto Sanitario). Un sistema accompagnato da regole e procedure certe e gestito dalla mano pubblica in grado di dettare la linea a prescindere dai forti interessi economici in gioco. Se le condizioni di sostenibilità fornite da tale sistema, integrato con l'adozione delle migliori tecnologie disponibili da parte di ENI, non verranno garantite, bisognerà ipotizzare l'opzione zero in relazione al proseguimento dello sfruttamento petrolifero in Val d'Agri".

"Ma questo non basta - continua Lanorte - perché gli aspetti legati a salute e sicurezza sono solo una parte della questione petrolifera regionale. Qui è in discussione il futuro di intere aree territoriali della Basilicata e il punto per noi imprescindibile è che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. In definitiva l'"oltre" petrolio deve cominciare da subito, serve cioè una "exit strategy", l'indicazione delle modalità con cui si possa realisticamente rinunciare il prima possibile al petrolio considerando che la regione Basilicata in questi anni si è completamente seduta sullo sfruttamento del suo sottosuolo, utilizzando il bancomat delle compagnie petrolifere alla bisogna. Questa ineludibile "strategia d'uscita", dovrebbe consistere nell'avvio immediato di un grande processo di graduale dismissione delle attività e di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio, recuperando nel contempo una percezione diffusa a livello locale delle reali potenzialità del territorio".

"Ripartire quindi - secondo Di Lorenzo - dalle caratteristiche peculiari, dall'esistente nei luoghi, dalla loro messa a valore, dalla loro messa in sicurezza e manutenzione, dal loro potenziale di fruibilità, coniugando territori e risorse umane, utilizzando in modo organico e coerente le risorse finanziarie concepite per questi obiettivi, garantendo nel contempo la qualità del territorio in termini assoluti (qualità ambientale e agroalimentare, servizi diffusi e di prossimità, reti di comunicazione, mobilità, ricerca e innovazione intesa come nuovo servizio capace di garantire un progresso sociale e culturale). La Val d’Agri e la Basilicata si trovano a un bivio: riagganciare la modernità, che finalmente parla di agricoltura, di sostenibilità ambientale e di qualità della vita o assecondare dinamiche ed interessi che continuano a considerare lo sfruttamento delle risorse, piuttosto che la loro messa a valore, come premessa di non meglio definiti processi di sviluppo. Questa la vera sfida dei prossimi anni a cui è chiamata la Val d’Agri, l’intera Regione Basilicata e la stessa Eni che, dopo venti anni, dovrebbe cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E' necessaria infatti una seria rivalutazione delle ricadute economiche delle attività estrattive in essere che non può e non deve tradursi solo in un maggiore flusso di royalties quanto soprattutto in un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle comunità locali".

"Tutto questo si può fare - conclude Di Lorenzo. Bisogna immaginare però una grande iniziativa economica e culturale, basata su un rinnovato senso civico, nuove idee e progetti, fiducia nella forza endogena delle comunità. Altrove ci sono riusciti: in Germania per esempio, nella regione della Ruhr dove, con il declino delle industrie minerarie degli anni ‘70-’80, tutto sembrava compromesso e invece è stato realizzato il più grande progetto di riconversione, realizzato in 10 anni, dal 1990 al 2000; costo: due miliardi e mezzo di euro; risanando i corsi d’acqua, migliorando i servizi, facendo nascere piccole imprese".

"Infine conclude Lanorte - ma non meno importante, è utile ricordare che il petrolio è il passato, perché i cambiamenti climatici impongono il superamento dell'era delle fonti fossili. E allora in Basilicata non possiamo continuare a costruire un futuro fondato sul passato e la Val d'Agri oggi, così come la Valle del Sauro domani non possono e non dovranno essere i poli energetici del passato, destinati ad estinguersi, mentre dovrebbero perseguire con forza e competenza la naturale vocazione agricola e rurale, con una prospettiva di sviluppo ‘contemporanea’, coerente e sostenibile, oltre e lontano dal fossile".