Petrolio in Basilicata: dibattito fermo a 20 anni fa, necessario un “25 aprile” di liberazione dal fossile

Il rinnovo della concessione Val d'Agri, la rinegoziazione degli accordi con ENI e con TOTAL in vista dell’avvio delle attività del Centro Oli di Tempa Rossa sono al centro del dibattito pubblico e dei confronti che la Giunta Regionale sta portando avanti in questi giorni con le compagnie petrolifere.

Il quadro che emerge dalle interlocuzioni, seppur ancora incompleto, ci sembra tuttavia già caratterizzato su alcune posizioni. Il petrolio oggi come negli ultimi venti anni continua ad essere considerato una "risorsa" se non una "ricchezza" per la Basilicata. Soprattutto non viene posta in dubbio la compatibilità delle attività estrattive con ambiente, salute e sviluppo socio-economico. Viene altresì ribadita fiducia piena nella possibilità di garantire le condizioni di sostenibilità per continuare a sfruttare la risorsa petrolifera. Al momento queste posizioni appaiono viziate da un approccio ideologico che non trova riscontro nella realtà riscontrata negli ultimi venti anni, un ventennio a tinte fosche e per nulla trasparente, caratterizzato da uno sfruttamento indiscriminato del territorio senza un’opera chiara di verifica da parte del pubblico e dell’azienda. «L’Eni ha estratto il petrolio senza empatia con i territori, ha portato un apparente ricchezza approfittando dell’ingenuità della comunità. – dichiara il presidente di Legambiente Val d’Agri Ennio Di Lorenzo. – La situazione in Val d’Agri, dopo venti anni di estrazioni, è peggiorata dal punto di vista socio-economico, ambientale e sanitario». Le inchieste giudiziarie in corso su quanto accaduto al COVA di Viggiano e in Val d'Agri, mettono in luce l’impossibilità di fidarsi delle compagnie petrolifere e l’immediata necessità di modificare le modalità con le quali ci si è interfacciati con Eni prima e Total poi.

Con la Conferenza Nazionale organizzata in Val d’Agri dalla Legambiente e dalla Rete degli Studenti Medi della Basilicata pochi giorni fa, sono stati affrontati tutti gli aspetti connessi alla questione petrolifera in Basilicata, con ospiti di primissimo piano e insindacabile professionalità ai quali è stato affidato il compito di fornire, soprattutto alle giovani generazioni, chiavi di lettura in più possibile oggettive sugli impatti delle attività estrattive su ambiente, lavoro, salute e sviluppo territoriale. «Il nostro ruolo è quello di creare coscienza critica e consapevolezza tra gli studenti di oggi e i lavoratori di domani. – dichiarano i rappresentanti della Rete degli Studenti medi Alice Marmo e Antonio Marsicano – Solo ponendo un freno al dominio culturale da parte delle multinazionali e rinforzando la base di informazione critica nella cittadinanza si può giungere a una ridiscussione e a un drastico cambiamento nei siti di estrazioni lucani». Peraltro oggi più di ieri i temi della crisi climatica e della transizione energetica irrompono necessariamente con forza all'interno del dibattito sull'estrazione e uso delle risorse petrolifere e sarebbe profondamente sbagliato eluderle a maggior ragione laddove è collocato il più grande giacimento di petrolio on-shore d'Europa.

In questo quadro sono sempre più necessari momenti di approfondimento dedicati per aprire un confronto sul futuro della nostra Regione, con la presenza di istituzioni, sindacati, associazioni e cittadini. Purtroppo, è da sottolineare la necessità di cambiare radicalmente l’approccio con il quale il tessuto sociale e politico lucano si interfaccia alla questione petrolifera: «La Regione ha vissuto per 20 anni una dittatura petrolifera – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani - dobbiamo lavorare per il 25 aprile della Basilicata. Il petrolio rende succubi i territori perché anestetizza le politiche e la politica. È come una droga allucinogena che fa vedere una realtà che non esiste. L’alternativa al fossile esiste già, è disponibile e va adottata subito».

«Noi di Legambiente, sostiene Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - 20 anni fa come oggi avremmo preferito che la Basilicata definisse altre traiettorie di sviluppo piuttosto che vincolarsi così strettamente a un'opzione, quella petrolifera, che ne sta mettendo a rischio salute, risorse naturali, economia e finanche la stessa identità territoriale. Oggi chiediamo realisticamente una rapida strategia di rinuncia al petrolio in questa Regione e la definizione di un concreto processo di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio. Le interlocuzioni in corso tra Regione e compagnie petrolifere ci risulta riguardino anche questi aspetti. Il problema è che, al momento, manca qualsiasi indicazione sul come, quando e verso dove si vuole andare per costruire un futuro no oil in Basilicata.   

 

Eni nemica del clima, blitz della Goletta Verde nella valle del petrolio

In Basilicata l'equipaggio espone lo striscione "Eni Enemy of the Planet"

In Val d’Agri c’è il giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti. Qui, dove Eni è operatore di maggioranza della concessione con il 61%, i giacimenti nel 2017 hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 Legambiente: «Definire subito l' "exit strategy"dal petrolio in Basilicata»

Il dossier Eni Enemy of the Planet di Legambiente, foto e video disponibili qui: http://bit.ly/2xR9ZPG

 Legambiente torna a lanciare l’allarme sul pericolo che Eni, l’azienda energetica a prevalente capitale pubblico nemica del clima, rappresenta se le sue politiche non cambieranno direzione di marcia e, al passaggio di Goletta Verde diretta in Calabria, ha organizzato un blitz a Marina di Pisticci esponendo lo striscione Eni Enemy of the Planet.

 In un dossier che raccoglie numeri e storie, l’associazione ambientalista fa il punto sui progetti di ENI, sulle fonti fossili e sulle rinnovabili. E il quadro restituito è quello di una società proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alla fonti pulite solo briciole di investimenti.

 Per la Basilicata e la Val d'Agri l’ultimo appena trascorso è stato un ventennio di sviluppo negato in cui l’attività estrattiva di Eni ha messo a rischio la salute, le risorse naturali, l’economia e l'identità dei territori. Qui, dove negli anni ‘90 è iniziato lo sfruttamento del giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti, non si contano i casi di inquinamento e di incidenti importanti.

Per citare soltanto quello più eclatante, nel 2017, uno sversamento di idrocarburi ha interessato il centro oli di Viggiano e la falda sottostante portando la Procura di Potenza ad avviare un’inchiesta per danni ambientali anche in seguito all’esposto di Legambiente, in linea con la legge n.68/2015 sugli ecoreati. In seguito a questa indagine, lo scorso aprile è stato arrestato per disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano e insieme a lui sono state indagate 13 persone tra le quali anche componenti del comitato tecnico regionale della Basilicata. È in corso a Potenza il processo sullo smaltimento illegale di rifiuti, in parte attraverso la reimmissione di  acque di processo in alcuni pozzi in Val d’Agri.

Mentre tutto il mondo parla di lotta alla crisi climatica, di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione al surriscaldamento globale, l’Eni batte il suo record di produzione: 1,9 milioni di barili al giorno nel 2018, il numero più alto mai registrato dalla compagnia (+5% di produzione rispetto al 2017).

 “Pensiamo che Eni stia sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale - commenta il portavoce di Goletta Verde, Mattia Lolli - e di avviare al più presto un piano di riconversione delle attività di Eni che punti alle rinnovabili. Oggi le fonti fossili godono di sussidi pari a 18,8 miliardi di euro, ma le rinnovabili sono competitive e possono sostituirle in tanti usi. Fermare le nuove ricerche di petrolio e gas, promuovere l’efficienza e le rinnovabili nella produzione elettrica, nell’industria, nei trasporti e nell’edilizia: questa è la soluzione per liberarci dalla dittatura delle fossili”.

 Nell’Appennino Centro-Meridionale Eni è operatore di maggioranza della concessione Val d’Agri, con il 60,77%, dove sono presenti i giacimenti di Monte Alpi, Monte Enoc e Cerro Falcone. Nel 2017 i giacimenti hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 “In Basilicata è necessario definire una strategia d'uscita dal petrolio e dalle fonti fossili - aggiunge il presidente di Legambiente Basilicata Antonio Lanorte - Dopo anni di sfruttamento petrolifero, Eni dovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle comunità locali. In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri una vera “exit strategy” dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniata sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Al contrario i prossimi anni dovranno essere fondati su una riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e il blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.

 

Piano industriale di Eni, Legambiente: "Il progetto Energy Valley è deludente"

15 maggio 2019

Legambiente: "La Val d'Agri e la Basilicata meritano molto di più"

 "Se è questo il piano industriale di Eni per andare 'oltre il petrolio' in Val d'Agri, non ci siamo proprio". Questo è il commento di Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata, agli investimenti annunciati dall'Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi, all'assemblea annuale degli azionisti della compagnia petrolifera.

"Il progetto 'Energy Valley' - continua Lanorte - prevede infatti  un programma di investimenti insufficiente rispetto ai bisogni attuali e futuri di quel territorio sia dal punto di vista delle ricadute occupazionali  che, soprattutto, della qualità ed efficacia complessiva delle azioni messe in campo".

"Non si tratta qui - continua Lanorte - di disquisire se si tratti o meno di una compensazione per i danni ambientali accertati che la compagnia petrolifera ha arrecato al territorio, quanto di valutare nel merito le proposte fatte che sono di fatto quasi tutte funzionali all'attività del COVA"

"Insomma - sostiene ancora Lanorte - di diversificazione economica, sostenibilità ambientale ed economia circolare, in questo progetto, che è davvero eccessivo chiamare piano industriale, c'è davvero poco".

"Dopo venti anni di sfruttamento petrolifero- commenta Ennio Di Lorenzo, Presidente del circolo Val d'Agri di Legambiente - Enidovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle Comunità locali. In questo modo, invece, piuttosto che emanciparsi dall’esperienza petrolifera, il territorio rischia di vedere semplicemente ampliata la già condizionante presenza ENI, con incrementi occupazionali reali molto più contenuti di quelli annunciati”

"In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri - continua Di Lorenzo - una vera "exit strategy" dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere".

 

 

Disastro ambientale in Val d’Agri, un arresto e 13 indagati

24 aprile 2019 

Legambiente: “Soddisfatti dell’applicazione della legge sugli ecoreati come richiesto nel nostro esposto del 2017: chi ha inquinato e chi non ha controllato deve pagare. Per la val d'Agri e la Basilicata è sempre più necessaria una "exit strategy" per andare oltre il petrolio

“Chi ha inquinato e chi non ha controllato deve pagare”. In una nota congiunta, la Legambiente nazionale e quella della Basilicata insieme al circolo della Val d’Agri, esprimono la propria soddisfazione per l’applicazione della legge sugli ecoreati rispetto ai fatti gravi accaduti in Val d’Agri, che la stessa associazione ambientalista aveva denunciato con un esposto penale nel 2017 dopo le dichiarazioni di Eni sugli sversamenti di petrolio dal centro oli di Viaggiano. Come è noto, infatti, in seguito a indagini avviate in quell’anno, su disposizione della Procura della Repubblica di Potenza, che ha coordinato le indagini, i Carabinieri del Noe di Potenza hanno arrestato il dirigente dell’Eni spa, all’epoca dei fatti responsabile del C.O.V.A. di Viggiano. Sono indagate altre 13 persone fisiche e una persona giuridica, l’Eni, per i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale e altro.

“Siamo particolarmente soddisfatti che la magistratura e le forze dell’ordine si siano avvalse della legge 68/2015 che introduce nel codice penale i delitti di inquinamento, disastro ambientale e omessa bonifica, per fermare questa situazione del tutto inaccettabile in Val d’Agri” dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. “Per il risanamento dal disastro ambientale contestato dalla Procura chiediamo anche il riconoscimento della responsabilità oggettiva della società Eni”.

Il procedimento penale, nel cui ambito è stata emessa la misura cautelare, riguarda, in qualità di indagati, non solo alcuni dirigenti della compagnia petrolifera, ma, anche, pubblici ufficiali facenti parte del CTR (Comitato Tecnico Regionale) della Basilicata il cui compito era quello di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni. Per essi l'accusa particolarmente grave è quella di 'colpevole inerzia'.

“In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri occorre definire immediatamente una strategia d’uscita dal petrolio in Basilicata – aggiunge Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata – una liberazione graduale dall’arroganza delle società petrolifere di cui già si conosce la strada: la riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi e la transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili garantendo e incrementando i livelli occupazionali, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e un blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.