Eni nemica del clima, blitz della Goletta Verde nella valle del petrolio

In Basilicata l'equipaggio espone lo striscione "Eni Enemy of the Planet"

In Val d’Agri c’è il giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti. Qui, dove Eni è operatore di maggioranza della concessione con il 61%, i giacimenti nel 2017 hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 Legambiente: «Definire subito l' "exit strategy"dal petrolio in Basilicata»

Il dossier Eni Enemy of the Planet di Legambiente, foto e video disponibili qui: http://bit.ly/2xR9ZPG

 Legambiente torna a lanciare l’allarme sul pericolo che Eni, l’azienda energetica a prevalente capitale pubblico nemica del clima, rappresenta se le sue politiche non cambieranno direzione di marcia e, al passaggio di Goletta Verde diretta in Calabria, ha organizzato un blitz a Marina di Pisticci esponendo lo striscione Eni Enemy of the Planet.

 In un dossier che raccoglie numeri e storie, l’associazione ambientalista fa il punto sui progetti di ENI, sulle fonti fossili e sulle rinnovabili. E il quadro restituito è quello di una società proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alla fonti pulite solo briciole di investimenti.

 Per la Basilicata e la Val d'Agri l’ultimo appena trascorso è stato un ventennio di sviluppo negato in cui l’attività estrattiva di Eni ha messo a rischio la salute, le risorse naturali, l’economia e l'identità dei territori. Qui, dove negli anni ‘90 è iniziato lo sfruttamento del giacimento a terra più importante d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti, non si contano i casi di inquinamento e di incidenti importanti.

Per citare soltanto quello più eclatante, nel 2017, uno sversamento di idrocarburi ha interessato il centro oli di Viggiano e la falda sottostante portando la Procura di Potenza ad avviare un’inchiesta per danni ambientali anche in seguito all’esposto di Legambiente, in linea con la legge n.68/2015 sugli ecoreati. In seguito a questa indagine, lo scorso aprile è stato arrestato per disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano e insieme a lui sono state indagate 13 persone tra le quali anche componenti del comitato tecnico regionale della Basilicata. È in corso a Potenza il processo sullo smaltimento illegale di rifiuti, in parte attraverso la reimmissione di  acque di processo in alcuni pozzi in Val d’Agri.

Mentre tutto il mondo parla di lotta alla crisi climatica, di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione al surriscaldamento globale, l’Eni batte il suo record di produzione: 1,9 milioni di barili al giorno nel 2018, il numero più alto mai registrato dalla compagnia (+5% di produzione rispetto al 2017).

 “Pensiamo che Eni stia sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale - commenta il portavoce di Goletta Verde, Mattia Lolli - e di avviare al più presto un piano di riconversione delle attività di Eni che punti alle rinnovabili. Oggi le fonti fossili godono di sussidi pari a 18,8 miliardi di euro, ma le rinnovabili sono competitive e possono sostituirle in tanti usi. Fermare le nuove ricerche di petrolio e gas, promuovere l’efficienza e le rinnovabili nella produzione elettrica, nell’industria, nei trasporti e nell’edilizia: questa è la soluzione per liberarci dalla dittatura delle fossili”.

 Nell’Appennino Centro-Meridionale Eni è operatore di maggioranza della concessione Val d’Agri, con il 60,77%, dove sono presenti i giacimenti di Monte Alpi, Monte Enoc e Cerro Falcone. Nel 2017 i giacimenti hanno fornito il 38% della produzione Eni in Italia.

 “In Basilicata è necessario definire una strategia d'uscita dal petrolio e dalle fonti fossili - aggiunge il presidente di Legambiente Basilicata Antonio Lanorte - Dopo anni di sfruttamento petrolifero, Eni dovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle comunità locali. In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri una vera “exit strategy” dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniata sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Al contrario i prossimi anni dovranno essere fondati su una riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e il blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.

 

Piano industriale di Eni, Legambiente: "Il progetto Energy Valley è deludente"

15 maggio 2019

Legambiente: "La Val d'Agri e la Basilicata meritano molto di più"

 "Se è questo il piano industriale di Eni per andare 'oltre il petrolio' in Val d'Agri, non ci siamo proprio". Questo è il commento di Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata, agli investimenti annunciati dall'Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi, all'assemblea annuale degli azionisti della compagnia petrolifera.

"Il progetto 'Energy Valley' - continua Lanorte - prevede infatti  un programma di investimenti insufficiente rispetto ai bisogni attuali e futuri di quel territorio sia dal punto di vista delle ricadute occupazionali  che, soprattutto, della qualità ed efficacia complessiva delle azioni messe in campo".

"Non si tratta qui - continua Lanorte - di disquisire se si tratti o meno di una compensazione per i danni ambientali accertati che la compagnia petrolifera ha arrecato al territorio, quanto di valutare nel merito le proposte fatte che sono di fatto quasi tutte funzionali all'attività del COVA"

"Insomma - sostiene ancora Lanorte - di diversificazione economica, sostenibilità ambientale ed economia circolare, in questo progetto, che è davvero eccessivo chiamare piano industriale, c'è davvero poco".

"Dopo venti anni di sfruttamento petrolifero- commenta Ennio Di Lorenzo, Presidente del circolo Val d'Agri di Legambiente - Enidovrebbe davvero cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E dovrebbe farlo attraverso un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle Comunità locali. In questo modo, invece, piuttosto che emanciparsi dall’esperienza petrolifera, il territorio rischia di vedere semplicemente ampliata la già condizionante presenza ENI, con incrementi occupazionali reali molto più contenuti di quelli annunciati”

"In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri - continua Di Lorenzo - una vera "exit strategy" dal petrolio va attuata mettendo in campo reali piani industriali ed efficaci progetti di transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili lontani dal petrolio, capaci di incrementare gli attuali livelli occupazionali. Tenendo ben presente che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere".

 

 

Disastro ambientale in Val d’Agri, un arresto e 13 indagati

24 aprile 2019 

Legambiente: “Soddisfatti dell’applicazione della legge sugli ecoreati come richiesto nel nostro esposto del 2017: chi ha inquinato e chi non ha controllato deve pagare. Per la val d'Agri e la Basilicata è sempre più necessaria una "exit strategy" per andare oltre il petrolio

“Chi ha inquinato e chi non ha controllato deve pagare”. In una nota congiunta, la Legambiente nazionale e quella della Basilicata insieme al circolo della Val d’Agri, esprimono la propria soddisfazione per l’applicazione della legge sugli ecoreati rispetto ai fatti gravi accaduti in Val d’Agri, che la stessa associazione ambientalista aveva denunciato con un esposto penale nel 2017 dopo le dichiarazioni di Eni sugli sversamenti di petrolio dal centro oli di Viaggiano. Come è noto, infatti, in seguito a indagini avviate in quell’anno, su disposizione della Procura della Repubblica di Potenza, che ha coordinato le indagini, i Carabinieri del Noe di Potenza hanno arrestato il dirigente dell’Eni spa, all’epoca dei fatti responsabile del C.O.V.A. di Viggiano. Sono indagate altre 13 persone fisiche e una persona giuridica, l’Eni, per i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale e altro.

“Siamo particolarmente soddisfatti che la magistratura e le forze dell’ordine si siano avvalse della legge 68/2015 che introduce nel codice penale i delitti di inquinamento, disastro ambientale e omessa bonifica, per fermare questa situazione del tutto inaccettabile in Val d’Agri” dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. “Per il risanamento dal disastro ambientale contestato dalla Procura chiediamo anche il riconoscimento della responsabilità oggettiva della società Eni”.

Il procedimento penale, nel cui ambito è stata emessa la misura cautelare, riguarda, in qualità di indagati, non solo alcuni dirigenti della compagnia petrolifera, ma, anche, pubblici ufficiali facenti parte del CTR (Comitato Tecnico Regionale) della Basilicata il cui compito era quello di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni. Per essi l'accusa particolarmente grave è quella di 'colpevole inerzia'.

“In vista del rinnovo decennale della concessione Val d'Agri occorre definire immediatamente una strategia d’uscita dal petrolio in Basilicata – aggiunge Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata – una liberazione graduale dall’arroganza delle società petrolifere di cui già si conosce la strada: la riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi e la transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili garantendo e incrementando i livelli occupazionali, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e un blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.

 

La Val d’Agri e il petrolio: venti anni di sviluppo negato

20 novembre 2018

Legambiente: "L’attività estrattiva mette a rischio la salute, le risorse naturali, l'economia e l’identità stessa del territorio". Una Exit Strategy per andare "oltre" il petrolio.

Il 18 novembre 1998, venti anni fa, Eni e Regione Basilicata siglavano il protocollo d'intesa per lo sfruttamento petrolifero in Val d'Agri. Una data simbolica e un momento epocale per la nostra Regione in grado di segnarne davvero la storia da punto di vista politico, sociale ed economico.  

"Ebbene - dichiara Antonio Lanorte, Presidente di Legambiente Basilicata - a venti anni dall’avvio ufficiale dell’attività estrattiva e prossimi alla scadenza della concessione mineraria denominata Val d'Agri, con la prospettiva del rinnovo decennale, Legambiente non può che valutare in maniera marcatamente negativa gli effetti dell'"era" del petrolio, in primo luogo per il territorio della Val d’Agri, sacrificata sull'altare di "interessi superiori", e, conseguentemente, per l’intera Regione".

"La storia petrolifera di questo ventennio in Basilicata - continua Lanorte - è costellata di incidenti, casi conclamati di inquinamento delle matrici ambientali, indagini giudiziarie per corruzione e traffico illecito di rifiuti. Una lunga sequela di fatti gravi e rilevanti per il loro potenziale impatto sulla salute e l'ambiente rispetto ai quali risulta certamente necessaria e prioritaria la verifica e interpretazione dei dati, anche in relazione alla  caratterizzazione ambientale dei siti e alla valutazione dell’incidenza dei fattori ambientali sullo stato di salute della popolazione, ma che pongono interrogativi che vanno oltre il lungo inseguimento di una compatibilità tra il petrolio e la Basilicata, mai dimostrata e probabilmente irraggiungibile".

"L'attività estrattiva ventennale in Basilicata, infatti - continua Lanorte - si è caratterizzata come una filiera oscura e foriera di distorsioni a danno dei territori, rappresentando anche un elemento sostitutivo e distorsivo delle dinamiche dell’offerta di lavoro locale, di natura prevalentemente non qualificata e a tempo molto determinato. Precarizzazione permanente e dequalificazione del mondo del lavoro locale come pilastri di un modello classico di sottosviluppo. Caso, peraltro, evidentemente non isolato per l'industria petrolifera come confermato anche delle recenti vicende dei licenziamenti al nuovo centro oli Total nella valle del Sauro".

"Il continuo spopolamento - sostiene Ennio Di Lorenzo, Presidente del Circolo Legambiente Val d'Agri - soprattutto delle generazioni in età lavorativa di fascia medio-alta, indica non solo la carenza di opportunità congiunturali, ma anche la scarsa attrattività complessiva del territorio in termini di investimenti e nascita di nuove attività. La presenza dell’attività estrattiva, infatti, non solo non ha innescato nuova economia, ma ha progressivamente influenzato le dinamiche del tessuto sociale nel suo approccio al mondo del lavoro e al concetto di qualità della vita, frenando le ambizioni di consolidamento di processi di sviluppo endogeni e sostenibili da parte di un territorio agricolo di qualità, dalle caratteristiche ambientali di valore assoluto. Le produzioni agricole certificate sono tornate alle quantità di 15 anni fa".

"Il petrolio in Basilicata - continua Di Lorenzo - ha quindi rappresentato un elemento di freno per lo sviluppo del territorio in quanto, pur a fronte di cospicue entrate derivanti dal meccanismo delle royalties, l’utilizzo delle stesse non ha prodotto investimenti ma solo spesa corrente, attraverso la quale un'intera classe dirigente regionale ha abdicato al proprio ruolo di pianificazione di una strategia di utilizzo di risorse finanziarie orientata allo sviluppo sostenibile del territorio e all'innovazione. Un vero e proprio "inquinamento delle menti" che ha prodotto solo, questo si, consenso elettorale. L'analisi che facciamo ci porta a definire come un fallimento l'esperienza petrolifera in Basilicata, una scelta folle perpetrata ai danni del territorio".

"E' necessario allora - sostiene ancora Lanorte - cambiare rotta in vista del rinnovo decennale della concessione petrolifera Val d'Agri prevista per ottobre 2019. Con la premessa indispensabile e non scontata che è necessario un assoluto diniego per qualsiasi nuova ulteriore attività petrolifera in Basilicata, il governo regionale che uscirà dalle elezioni del 2019 dovrà, in un'ottica partecipativa, definire quali siano le condizioni di sostenibilità per continuare o meno a sfruttare la risorsa petrolifera. La Basilicata deve recuperare il tempo perduto sul fronte dei controlli, della sicurezza e delle bonifiche, costruendo un moderno sistema di monitoraggio, controllo e ripristino ambientale ed adottando organicamente strumenti di valutazione e prevenzione come la VIS (Valutazione Impatto Sanitario). Un sistema accompagnato da regole e procedure certe e gestito dalla mano pubblica in grado di dettare la linea a prescindere dai forti interessi economici in gioco. Se le condizioni di sostenibilità fornite da tale sistema, integrato con l'adozione delle migliori tecnologie disponibili da parte di ENI, non verranno garantite, bisognerà ipotizzare l'opzione zero in relazione al proseguimento dello sfruttamento petrolifero in Val d'Agri".

"Ma questo non basta - continua Lanorte - perché gli aspetti legati a salute e sicurezza sono solo una parte della questione petrolifera regionale. Qui è in discussione il futuro di intere aree territoriali della Basilicata e il punto per noi imprescindibile è che ogni idea di sviluppo per queste aree non può continuare ad essere imperniato sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. In definitiva l'"oltre" petrolio deve cominciare da subito, serve cioè una "exit strategy", l'indicazione delle modalità con cui si possa realisticamente rinunciare il prima possibile al petrolio considerando che la regione Basilicata in questi anni si è completamente seduta sullo sfruttamento del suo sottosuolo, utilizzando il bancomat delle compagnie petrolifere alla bisogna. Questa ineludibile "strategia d'uscita", dovrebbe consistere nell'avvio immediato di un grande processo di graduale dismissione delle attività e di riconversione produttiva verso comparti moderni e sostenibili "oltre" il petrolio, recuperando nel contempo una percezione diffusa a livello locale delle reali potenzialità del territorio".

"Ripartire quindi - secondo Di Lorenzo - dalle caratteristiche peculiari, dall'esistente nei luoghi, dalla loro messa a valore, dalla loro messa in sicurezza e manutenzione, dal loro potenziale di fruibilità, coniugando territori e risorse umane, utilizzando in modo organico e coerente le risorse finanziarie concepite per questi obiettivi, garantendo nel contempo la qualità del territorio in termini assoluti (qualità ambientale e agroalimentare, servizi diffusi e di prossimità, reti di comunicazione, mobilità, ricerca e innovazione intesa come nuovo servizio capace di garantire un progresso sociale e culturale). La Val d’Agri e la Basilicata si trovano a un bivio: riagganciare la modernità, che finalmente parla di agricoltura, di sostenibilità ambientale e di qualità della vita o assecondare dinamiche ed interessi che continuano a considerare lo sfruttamento delle risorse, piuttosto che la loro messa a valore, come premessa di non meglio definiti processi di sviluppo. Questa la vera sfida dei prossimi anni a cui è chiamata la Val d’Agri, l’intera Regione Basilicata e la stessa Eni che, dopo venti anni, dovrebbe cominciare a restituire al territorio almeno parte di quanto, ed è tanto, ha ricevuto da esso. E' necessaria infatti una seria rivalutazione delle ricadute economiche delle attività estrattive in essere che non può e non deve tradursi solo in un maggiore flusso di royalties quanto soprattutto in un ritorno rilevante per i territori in termini di progetti reali di compensazione socio-ambientale che recuperino il protagonismo delle comunità locali".

"Tutto questo si può fare - conclude Di Lorenzo. Bisogna immaginare però una grande iniziativa economica e culturale, basata su un rinnovato senso civico, nuove idee e progetti, fiducia nella forza endogena delle comunità. Altrove ci sono riusciti: in Germania per esempio, nella regione della Ruhr dove, con il declino delle industrie minerarie degli anni ‘70-’80, tutto sembrava compromesso e invece è stato realizzato il più grande progetto di riconversione, realizzato in 10 anni, dal 1990 al 2000; costo: due miliardi e mezzo di euro; risanando i corsi d’acqua, migliorando i servizi, facendo nascere piccole imprese".

"Infine conclude Lanorte - ma non meno importante, è utile ricordare che il petrolio è il passato, perché i cambiamenti climatici impongono il superamento dell'era delle fonti fossili. E allora in Basilicata non possiamo continuare a costruire un futuro fondato sul passato e la Val d'Agri oggi, così come la Valle del Sauro domani non possono e non dovranno essere i poli energetici del passato, destinati ad estinguersi, mentre dovrebbero perseguire con forza e competenza la naturale vocazione agricola e rurale, con una prospettiva di sviluppo ‘contemporanea’, coerente e sostenibile, oltre e lontano dal fossile".